‘Puerto Sebastian – Il mito di San Sebastiano nell’arte contemporanea’ a cura di Lucio Scardino

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"Puerto Sebastian – Il mito di San Sebastiano nell'arte contemporanea"

Due anni fa, nel gennaio 2008, si apriva presso il Museo "Sandro Parmeggiani" a Renazzo di Cento, la mostra Sebastiano. Iconografie di un martirio tra passato e presente, curata dalla direttrice, la compianta professoressa Maria Censi, scomparsa il 17 novembre 2008. Riagganciandoci a quella esposizione, ma con spirito totalmente diverso, si propone oggi una rilettura del mito di S. Sebastiano, patrono di Renazzo, profittando altresì di una circostanza commemorativa: esattamente cent' anni fa Gabriele d'Annunzio componeva durante il suo "esilio francese" Il martirio di San Sebastiano, testo teatrale che vide l'inizio della laicizzazione della figura del santo martirizzato con le frecce (e lo scenografo Bakst evocò persino gli affreschi di Schifanoia). Da allora si sono susseguiti films, spettacoli, quadri, sculture, fotografie, installazioni, romanzi, illustrazioni, poesie, canzoni, mosaici, che lo hanno avuto per protagonista: e alcuni artisti lo hanno eletto idealmente a loro patrono, poiché si sono considerati derisi, incompresi e "saettati" dagli altri, raffigurandosi così nelle sue vesti succinte e legati a un albero, con l'immancabile attributo delle frecce.
Oltre a questa storia di autobiografismo – per così dire – a questo narcisismo autoreferenziale, Sebastiano è stato consacrato nell'ultimo secolo come "icona gay".
Di tutto questo e di altro ancora parla il critico d'arte ed editore Lucio Scardino (già autore de La gamba perduta, libretto sul culto del santo nel Ferrarese a partire dal '400) nell'introduzione al catalogo della mostra, che raccoglie 30 opere, come già avvenne in quella del 2008: molti artisti le hanno eseguite espressamente per la nostra rassegna.
Ciò dimostra la vitalità del Museo "Parmeggiani", che anche dopo la tragica scomparsa della sua direttrice ha continuato nell' opera di conoscenza e valorizzazione di ottimi artisti, allestendo mostre di Kokocinski, Sevini e Morelli, in collaborazione con l'associazione "Amici del Museo Sandro Parmeggiani".
E nel segno di d'Annunzio, nel ricordo della Censi, nella celebrazione del santo patrono, quest' eclettica mostra, dal titolo spagnoleggiante in omaggio· a un· vecchio film, propone infiniti spunti di riflessione: un "puerto" dove far approdare sicure manifestazioni d'arte.

Daniele Biancardi Assessore alla Cultura del Comune di Cento

 Espongono: Daniele Alleruzzo, Sonia Andreani, Giorgio Balboni, Pietro Benedetti, Paolo Bielli, Maurizio Bonora, Edi Bran Colini, Mark David Campbell, Massimo Cantini, Giorgio Cattani, Gianni Cestari, Daniele Degli Angeli, Pino Deodato, Danilo Domenicali, Danilo Fusi, Daniele Galliano, Gianfranco Goberti, Pietro Lenzini, Antonio Marchetti, Lorenzo Montanari, Impero Nigiani, Felice Nittolo, Marco Pellizzola, Luigi Poiaghi, Marco Rabino, Nani Tedeschi, Antonio Torresi, Bruno Zaffanella, Sergio Zanni.

 

Qualche appunto sul ”culto moderno” di San Sebastiano
 
“La singolarità di un’opera d’arte è di essere finta e vera allo stesso
tempo” (Aristotele)
“San Sebastian con la viola in man…”
(proverbio argentano riferito alla fine dell’inverno)
Anzitutto, alcuni precisazioni sul titolo: Puerto Sebastian è il luogo (immaginario?)
dove è ambientato il bel film di Vincente Minnelli Il pirata
(1947), capolavoro del genere musical. Abbiamo voluto recuperare la
memoria di questo luogo (fittizio o reale, finto o vero che sia) come metafora
per indicare una sorta di moderno “emporio”, in cui si possono
rintracciare, ammirare, analizzare (ma non acquistare) icone raffiguranti
San Sebastiano “saettato”, tutte databili agli ultimi cent’anni.
Esattamente un secolo fa, tra l’estate 1910 e l’inverno del 1911(1), Gabriele
d’Annunzio scriveva difatti in un prezioso francese arcaicizzante
Il mistero di San Sebastiano con musiche di Claude Debussy: inizio di
una nuova fioritura iconografica del santo con le frecce (le scene e i costumi
erano del grande Leon Bakst)(2) (figg. 1-2) e altresì della laicizzazione,
invero un po’ torbida, del mito e della sua particolare devozione.
Soldato alla corte di Diocleziano e Massimiano, come già San Maurizio,
ucciso una quindicina d’anni prima (quest’ultimo era forse di pelle scura
e caratteristiche negroidi, poiché di origine egiziana)(3), il nostro martire
fu consegnato al mito e alla devozione da “fonti” medioevali e consacrato
dalla celebre Legenda aurea di Jacopo da Varagine. La fantasiosa
agiografia narra che egli fu tribuno delle guardie pretoriane, che era di
origini francesi (di Narbona), vissuto a Milano e trasferito definitivamente
a Roma, presso l’imperatore: convertitosi al Cristianesimo, una
volta scoperto fu condannato al supplizio delle frecce, nel 303 d.C. Spogliato
della divisa che egli aveva “disonorato”, fu colpito dai suoi commilitoni,
dopo che l’ebbero legato; miracolosamente sopravvissuto, fu
curato da Irene, ma anelando al martirio si ripresentò a corte, venendo
stavolta ferito mortalmente con dei pesanti flagelli.
Il suo corpo venne gettato nella Cloaca Maxima, ma fu miracolosamente
ritrovato dai Cristiani, grazie ad un sogno fatto da Lucina, altra pia donna
e fu sepolto nelle catacombe sulla via Appia.
Sebastiano fu quindi eletto santo-taumaturgo invocato contro la peste
sin dal VII secolo e poi affiancato, in tal senso, soprattutto a S. Rocco:
nel Medioevo veniva raffigurato come un vecchio barbato oppure come
una sorta di “riccio” quasi mostruoso, trafitto da numerose frecce
Durante il Rinascimento una nuova iconografia trasforma Sebastiano in
un giovane glabro, seminudo e di bellissimo aspetto, legato ad un albero
o a una colonna, divenendo bersaglio quasi compiaciuto di quegli arcieri
che sino a poco prima avevano combattuto al suo fianco. Efebico
o statuario che fosse, asessuato o sensuale, per lui gli artisti recuperarono
un concetto antropocentrico di sottile gusto classicista: e, come ha scritto
giustamente Lucia Giubelli, questa erudita interpretazione “si fonda sul
fatto che San Sebastiano fosse uscito indenne dal supplizio delle frecce,
che metaforicamente rappresentano i tormenti della peste. Esse sono la
manifestazione dell’ira di Dio, in analogia con l’ira di Apollo che, nel
primo dei poemi omerici, scaglia i suoi dardi a seminare il lutto nel
campo degli Achei”(4).
Agli artisti interessava soprattutto esaltarne la perfetta anatomia, in una
quasi accademica “trattazione del nudo”, nella quale convivono languori
devozionali ed accenti erotici, grazie al perizoma svolazzante che
sempre più lascia intravvedere gli organi sessuali del santo-soldato, svestito
dell’armatura per affrontare il primo martirio.
Lo sguardo eccitato di talune fedeli o degli ecclesiastici omofili era appagato
appieno, così come quello dei pittori dalle “particolari” inclinazioni,
da Botticelli al Sodoma: passando all’età barocca, basti solo
pensare alle versioni sul tema offerte dall’ambiguo Guido Reni(5), uno
dei maggiori illustratori nel ‘600 del leggendario santo, forse il più prolifico
assieme al napoletano Andrea Vaccaro.
Giunti al XVIII secolo, il culto a S. Sebastiano iniziò a languire: le migliorate
condizioni igienico-sanitarie (nonchè le filosofie “illuministe”)
sconfissero via via la credenza che le preghiere al martire avessero il
poter di far guarire dalle piaghe d’un male contagioso che oltretutto sempre
meno si manifestava.
E fu così anche nell’Ottocento: fra le rare eccezioni, un bel disegno di
Filippo Bigioli (fig. 3), pittore marchigiano trapiantato a Roma, dove
scomparve nel 1878. Di squisito gusto neoclassico, l’opera rappresenta
il santo in eroica nudità, senza più le frecce ma con lo scudo da soldato
e la palma del martirio. E’ stato presentato a Roma nel dicembre 2007,
nell’ambito di un’asta della “Finarte”: ma nel catalogo(6) non è stata correttamente
decrittata la firma (“in basso a destra reca iscritto Fibr. Bigiali?”)
dell’artista di San Severino Marche, il quale l’eseguì
presumibilmente attorno al 1820, considerando la somiglianza con opere
autografe di quel periodo.
In seguito l’idea del santo-taumaturgo fu recuperata, non più per invocarla
contro la peste ma perché aiutasse a guarire dal “cholera morbus”:
per restare nell’ambito emiliano, basti solo pensare al monumento votivo
eretto dallo scultore Luigi Mainoni nella chiesa di S. Francesco a
Modena allo scopo di ricordare l’epidemia di colera del 1835-36(7). Oppure
alla pala eseguita da Alessandro Guardassoni nel Duomo di Budrio
per eternare tutte le preghiere contro la pandemia colerosa che aveva funestato
la nostra regione nel 1855(8).
Agli inizi del ‘900 il santo era più che altro famoso presso gli storici dell’arte
e i primi studiosi d’etnografia sacra (oppure raffinati letterati come
Rilke, il quale gli dedicò un sonetto attorno al 1905) , allorchè d’Annunzio
lo fece divenire perfetta icona del Decadentismo dalle tavole del
palcoscenico, affiancandola idealmente alla wildiana Salomè e allineandosi
con quanto già tentato in pittura da Gustave Moreau.
Il successo del suo dramma mistico-musicale fu alquanto scandaloso e
controverso, contribuendo soprattutto a recuperare l’erotismo insito nel
tema, già delineato dai pittori rinascimentali e barocchi protesi a dipingere
figure del santo spesso dai lineamenti efebici e dalle fattezze apollinee,
scordandosi che nella “realtà storica” era un pretoriano, il quale
doveva esser verosimilmente uomo muscoloso e dal corpo sodo.
Ad accentuare l’aspetto androgino dell’operazione dannunziana contribuì
la scelta di affidare il ruolo del protagonista a una donna, Ida Rubinstein,
mima e danzatrice, esotica ed ieratica come la danzatrice-spia
Mata Hari ma ben diversa da lei: Ida era una bisessuale consacrata dal
mondo rutilante dei Balletti Russi.
Lo scandalo nacque perché in questo mistero sacro, “quasi del tutto assente
è l’ispirazione cristiana che conduce il santo al martirio, mentre il
personaggio invece si inquadra in un suggestivo panorama pagano nei
suoi momenti più spettacolari e decadenti. Mancando la coscienza del
male, del peccato in termini cristiani, è solo la disubbidenza all’imperatore
che trasforma l’androgino dannunziano in un trasgressore”(9).
Questa ambiguità morale connotò il personaggio anche nel repertorio di
illustrazioni allora prodotto, abbastanza variegato e persino antitetico:
coevo al dramma di D’Annunzio, ad esempio, è un anonimo disegno in
una collezione privata ferrarese (fig. 4), dove il santo martire è palesemente
ispirato alle fattezze di una donna formosa (non certo a quelle
dell’emaciata Rubinstein), come rivelano i fianchi opimi, le cosce grosse
(anche se il seno è piatto) e financo la fluente capigliatura: il non eccelso
autore sembra persino riprendere il trucco della modella nelle labbra
eccessivamente contornate.
E benchè il santo martire nell’opera dannunziana risulti assolutamente
casto, nonostante venga da molti concupito, amato e desiderato, a cominciare
dall’imperatore, il nome di Sebastiano divenne da allora sinonimo
di qualcosa di torbido, per una sorta di convenzione in auge fra
gli intellettuali più sofisticati, alla Proust per così dire.
Addirittura, il misconosciuto pittore e scrittore gay estone Elisar von
Kupffer (1872-1942) collezionò sistematicamente varie immagini del
santo, riproduzioni in bianco e nero oggi conservate presso l’”Elisarion
Artis Kupffarion” a Minusio, in Svizzera(10), oltre a raffigurarsi compiaciuto
in alcune opere nelle discinte vesti di Sebastiano.
Si pensi quindi al caso, altrettanto emblematico, di due scrittori anglosassoni:
nel romanzo Ritorno a Brideshead (1945) di Evelyn Waugh
l’eccentrico ed elegante lord Sebastian Flyte pratica palesemente l’omosessualità
infischiandosene della morale comune, così come fa un suo
omonimo nel dramma fortemente psicoanalitico di Tennessee Williams
Improvvisamente, l’estate scorsa (1958), il quale addirittura finirà ucciso
e cannibalizzato a causa della pericolosa inclinazione per la sodomia(11).
L’opera di Williams diventerà famosa grazie alle due trasposizioni in
film, quella di J.L. Mankiewicz del 1959 e l’altra di Richard Eyre del
1992: e sarà proprio il Cinema, con la sua perspicua leggibilità, a universalizzare
l’equazione Sebastiano-omosessualità, al di là del criptico
linguaggio fra gli iniziati (come i “claristi”, ossia i membri di quella comunità
di esteti che frequentavano villa Kupffer).
E così mentre questa “colta perversione” era prima limitata ad un cosmopolita
ambiente gay che apprezzava il teatro di Williams, le fotografie
di Raymond Voinquel, i quadri di Georges Desvallieres e
ammiccava ai riferimenti del sottotesto dannunziano e alle riproduzioni
del Reni (come farà il grande scrittore giapponese Mishima in età adolescenziale,
raccontando poi l’eccitante esperienza in Confessioni di una
maschera), la realizzazione di una pellicola importante quale fu Sebastiane
(fig. 5), girata nell’estate 1975 in Sardegna dal regista e pittore
inglese Derek Jarman fece divenire il tema di pubblico dominio, divenendo
uno di quei “film che cambiano la vita”(12). Ad un tempo underground
e sofisticata (è l’unica pellicola della storia del cinema
interamente parlata in latino), pittorica e poverista (e con effetti speciali
del ferrarese Carlo Rambaldi, che realizzò calco del martire e le frecce),
l’opera riprende ed esaspera le suggestioni omofile del dramma di d’Annunzio
in chiave voyeuristica e quasi sado-maso. Sconvolgendo la sensibilità
del pubblico “normale” ed eccitando quella degli omosessuali,
Sebastiane da pellicola di nicchia si è trasformata in un vero e proprio
film-manifesto, fondamentale per spiegare l’adozione capillare di Sebastiano
quale definitiva icona gay, da affiancare a quelle più pagane
e sofisticate di Antinoo e Ganimede. Non a caso soltanto a quasi dieci
anni dall’uscita del film di Jarman, nel 1984, è stata realizzata anche una
versione cinematografica del dannunziano “martirio”: intitolata The
martyrdom of Saint Sebastian (fig. 6), la pellicola è stata girata in Asia
Minore (da Efeso a Didime) dal regista Petr Weigl, di origine cecoslovacca
e fra i suoi interpreti annovera il “pasoliniano” Franco Citti.
E proprio contro queste pellicole si è scagliato violentemente don Francesco
Danieli nel suo volume La freccia e la palma, dedicato nel 2007
all’iconografia di San Sebastiano. Il giovane sacerdote scrive: “ma un
altro “morbo” avrebbe reso celebre nella nostra epoca, suo malgrado, il
povero San Sebastiano: l’infamante bugia, ormai diffusa al di là della ristretta
cerchia gay, per cui il santo milite sarebbe stato “il prediletto dell’imperatore”
in una fantomatica relazione omosessuale con
Diocleziano, la cui fondatezza storica è totalmente inesistente. Tutto
ebbe inizio da Le martyre de Saint Sébastian, opera teatrale scritta in
francese da d’Annunzio (…) Ida Rubinstein interpretò il ruolo del santo.
Solo la mente stravagante di d’Annunzio poteva ideare una simile fantasia!
Ne venne fuori la convinzione, tuttora in voga, di Sebastiano
“santo gay”. Unica colpa, la sua, quella di essere stato raffigurato, specie
dagli artisti del Rinascimento e del Barocco, come un grazioso giovane
legato ignudo a un tronco (…) All’opera dannunziana si ispirerà
una squallida filmografia, nel cui elenco spiccano le pellicole di Derek
Jarman e Petr Weigl…”(13).
In realtà nel Cinema S. Sebastiano, oltre che figura pruriginosa in chiave
omoerotica, diventa anche simbolo del dolore e della sofferenza dell’uomo
contemporaneo, in una significativa sovrapposizione.
Interessante citazione in tal senso si rintraccia nel film La forza della
mente (Wit) di Mike Nichols (2001), dove una moribonda Emma Thompson
pone sul proprio comodino un santino col San Sebastiano del Perugino,
che riproduce a sua volta una copia del celebre dipinto che
possedeva la sua vecchia insegnante di letteratura inglese; nel contempo
esso è ricordo della gioventù lontana e simbolo dell’estrema sua agonia a
causa di un tumore irreversibile, ovvero delle “torture” subite dai medici.
In La siciliana ribelle, pellicola tragica diretta nel 2008 di Marco
Amenta, durante la processione all’inizio un mafioso viene ritrovato “incaprettato”
sotto la statua di San Sebastiano con le frecce: una sorta di
duplice “esecuzione”, ovvero un martirio visto sia in chiave sacra che
laica.
Invece nel 1967, ne I cannoni di San Sebastian di Henri Verneuil un
“falso” miracolo (una statua del santo colpita dalla freccia di un crudele
meticcio nel Messico del ‘700 sprigiona sangue, che in realtà fuoriesce
da una borraccia di vino) dà la forza di ribellarsi ai poveri peones del villaggio
dedicato a Sebastiano.
Finalità di tipo sociale ha altresì Il giorno di San Sebastiano (1994) di
Pasquale Scimeca, pellicola in cui nella ricorrenza del santo patrono
viene “martirizzato” l’intero paese siculo di Caltavuturo, colpito da un
plotone di bersaglieri su istigazione di ricchi mafiosi dell’età umbertina.
Una comparazione fra il martirio del santo e l’Aids, la nuova peste, si
trova nel film L’escorte di Denis Langlois (1997), in sintonia con quanto
già espresso dal pittore brasiliano Wandecson Ribero, in un suo icastico
dipinto del 1985(14), mentre Sebastian (1995) è un film norvegese di
Svend Wam con protagonista un giovane omosessuale, senza mostrar
però né sesso né nudità, bensì un amore platonico.
Ma parliamo ora, seppur brevemente, di come è stato svolto il tema in
pittura nel nostro paese, considerando oltretutto che i “siti” dedicati all’argomento
(ad esempio, The Iconography of Saint Sebastian) propongono
numerose immagini di artisti americani, inglesi, spagnoli,
giapponesi ecc. (si va da disegni di Salvador Dalì del 1939-1942 alla celeberrima
foto del 1966 di Kishin Shinoyama che raffigura Mishima
“martirizzato”, da un poster del 1984 di Keith Haring col santo colpito
da aeroplanini alla copertina di Keith Grant per un album di Momus del
1986 contenente la canzone Lucky Like St. Sebastian) ma non tantissimi
esempi italiani(15).
Dunque, nella prima metà del ‘900 ne erano attratti i pochi pittori italici
palesemente gay (come Filippo de Pisis(16), Guglielmo Janni e Corrado
Cagli), mentre altri lo reinterpretavano avvertendo la eco del sublime linearismo
di Beardsley, il grande illustratore amico di Oscar Wilde: ci
riferiamo al faentino Francesco Nonni o al mantovano Umberto Mario
Baldassari (fig. 7).
Sebastiano continuava poi ad essere raffigurato nelle chiese, affiancato
agli altri “santi della peste”: ad esempio, nel 1924 il bresciano Eliodoro
Coccoli lo rappresentò nella cupola della parrocchiale di Gardone Val
Trompia, assieme ai SS. Rocco, Carlo Borromeo e Francesco(17).
Negli anni ’30 il “dannunziano” triestino Guido Marussig, uno dei decoratori
del Vittoriale degli Italiani, disegnerà le vetrate del rinnovato
tempio di S. Sebastiano a Milano(18), mentre il veronese Albano Vitturi
eseguirà in un dipinto del 1935 un autoritratto (fig. 8) sovrapponendolo
al corpo del santo legato: i due carnefici alle sue spalle sono moderni militari
posti – assai originalmente – su una spiaggia adriatica, forse in attesa
di una licenza per recarsi al mare(19), dopo averlo giustiziato.
L’udinese Angilotto Modotto, in un olio del 1949 titolato San Sebastiano
con due arcieri (fig. 9), immagina invece una morbosa composizione
di sapore erotico in senso quasi “pedofilo”, con un paio di soldati ragazzini,
completamenti nudi, i quali conficcano direttamente le frecce
sul corpo di un giovanissimo santo, in una sorta di gioco perverso dagli
accenti sado-masochisti(20).
Ma avvengono nel contempo interessanti letture citazioniste, come nel
caso della modenese Vera Scardino (una delle poche donne ad aver illustrato
questo soggetto), la quale negli anni ’60 rilegge il martirio alla
luce del Foppa in una tavola dall’ardito taglio prospettico.
Un’altra donna-iconografa del tema era stata la pittrice e xilografa mantovana
Mimì Quilici Buzzacchi, la quale nel 1943 eresse una cappella
dedicata al santo nella propria villa di Bruntino (Bergamo), a ricordo dei
tragici anni di guerra: la affrescò lei stessa, dopo il rifiuto di Achille Funi
per motivi contingenti e vi collocò una pala del romano Carlo Socrate
raffigurante Il martirio di S. Sebastiano(21).
Dal secondo dopoguerra sempre più “secolarizzata” appare la nostra
icona, la cui pagana bellezza ha preso ormai il sopravvento sulle motivazioni
devozionali, che pur lo rendono ancora caro alle categorie professionali
(vigili urbani(22), arcieri, atleti, fabbricanti di aghi o
tappezzieri), ai diversi paesi o alle confraternite(23) del quale egli è patrono:
Sebastiano è diventato il santo forse più dipinto e scolpito nell’ultimo
mezzo secolo e la sua rappresentazione non ha avuto soltanto
ragioni a carattere omo-sessuale.
Per far un esempio significativo, il grande scultore veneto (e marxista)
Augusto Murer lo raffigurò negli anni ‘60 in una statua presentata alla
VII Biennale Nazionale d’Arte Sacra Contemporanea di Roma(24): e
l’averlo prescelto non aveva certo torbide finalità, ma soltanto il voler
esprimere il tragico pathos d’un corpo straziato dalle frecce; il santo
martire diveniva fratello ideale dei “partigiani” da lui raffigurati nei tanti
monumenti ai caduti della seconda guerra mondiale.
Lo stesso farà, ma riferendosi al mondo dei pastori e dei banditi sardi,
nel 1987 Antonio Amore in Bastianu, tragico bronzo in cui la nudità del
protagonista scarnificato e trafitto dalle frecce provoca ai più una sensazione
di grande sofferenza, ben lontana da qualsivoglia eccitazione
sessuale(25).
Originali grumi di carne ferita, resi in modo quasi informale e con ritmi
verticalisti, ad evocare l’albero del martirio, risultano poi le terrecotte smaltate
dedicate al santo da Leoncillo nei primi anni ’60(26): una di queste sculture,
San Sebastiano nero si conserva presso la Galleria Civica di Spoleto.
In un clima ancora “neorealista” si inserisce invece il S. Sebastiano del
giovanissimo mantovano William Tode (1954), che sceglie quale modello
il collega e compagni di studi a Roma Cesare Tacchi legandolo
con il fil di ferro ad un albero, per meglio renderne la smorfia di dolore(
27): ciò anche per emulare il maestro del Neorealismo, Renato Guttuso,
il quale aveva raffigurato Sebastiano nel 1931, a soli 19 anni, in
un celebre quadro dal taglio tutt’altro che mistico.
A proposito della de-sacralizzazione progressiva della figura del santo,
appare significativo rilevare che in una nuova chiesa a lui dedicata nel
1953 a Lumezzane (Brescia) al frescante Vittorio Trainini venne richiesto
di rappresentare Cristo benedicente nell’abside e L’Assunzione di
Maria nella cupola, ma non il santo patrono: e anche per questo nacque
una polemica tra l’artista e la Commissione diocesana, da lui accusata di
esser “mecenate del bianco e del color burro”(28).
Invece nel maggio 1957, prendendo a pretesto che il Papa avesse proclamato
con una Lettera Apostolica il nostro santo “patrono dei Vigili
Urbani d’Italia”, si pensò di erigere a Massa una chiesa a lui dedicata,
proposta appoggiata dai vigili locali. Sulla facciata verrà poi collocata
una marmorea statua del massese Riccardo Rossi, che un po’ ricorda
l’analoga scultura del grande Arturo Dazzi del 1928 che si conserva a
Roma presso la “Casa Madre dei Mutilati di Guerra (quasi un eroico
“fascista” mutilo, poichè senza un braccio)(29).
Figura contraddittoria (aggettivo ovviamente da riferirsi a taluni aspetti
del suo culto)(30), negli ultimi trent’anni il santo originario di Narbona
è divenuto quindi, oltre che un’icona gay(31) – universalmente consolidata
grazie (e non soltanto) al film di Jarman, che ha contribuito in un
certo senso a “sdoganare” gli accenti più criptici e scabrosi del tema –
una riflessione autoreferenziale sul ruolo dell’artefice d’arte nella società
di oggi. Sebastiano, “metafora dell’artista contemporaneo, viene
saettato dall’incomprensione e dalla derisione del pubblico che non accetta
la sua apertura verso nuovi territori della visione. Le frecce acquistano
una valenza simbolica, mentre sempre più spesso il volto del santo
prende le forme dell’autoritratto…”, come ha rilevato il Cerioli(32).
Quindi, non a caso un grande narciso dell’arte come Luigi Ontani a partire
dal 1970 si è ripreso varie volte come novello martire saettato in
foto ritoccate (citando Guido Reni o l’arte indiana) nonchè in bellissime
ceramiche, ma ciò è capitato anche all’altrettanto famoso Sandro Chia,
in un grande dipinto ad olio (misura cm 224×244) (fig. 10): il protagonista
è ferito da una freccia alla coscia sinistra, immaginato in un paesaggio
solitario mentre siede sulle rocce per attenuare il dolore.
Nel 1984 anche il citazionista Stefano Di Stasio, allora trentaquattrenne,
si è confrontato col tema, narcisisticamente ponendosi a confronto con
la figura del martire narbonese.
D’altronde, già una identificazione col santo aveva proposto Sebastiano
Filippi detto il Bastianino, maestro del Manierismo estense. Nel 1580 affrescando
il catino absidale del Duomo di Ferrara egli pose tra le figure
dei santi del Giudizio universale quello che portava il suo stesso nome:
pensò così di autoritrarsi come un bel giovane effeminato (pur essendo
già un uomo di mezza età) che tiene una freccia in mano, quasi in una
ideale prefigurazione del wildiano Dorian Gray.
In tempi più vicini a noi, è da ricordare che nel 1915 il geniale viennese
Egon Schiele realizzò un originale e graficamente sublime Autoritratto
come San Sebastiano.
Nell’odierna mostra un autoritratto stilizzato in stile “transavanguardia”
appare nell’opera di Giorgio Cattani, artista assai fedele al tema (affrontato
perlomeno in quattro occasioni) ed il proprio volto (e il proprio
fisico imponente) vuole sovrapporre a quello del santo anche Pietro Benedetti,
mentre Paolo Bielli pone l’autoritratto al centro di una composizione
polimaterica, rivelando uno spirito spiritosamente misogino: il
casto artista è trafitto con realistici ferri da casalinghe che lavorano a
maglia sull’orlo di una crisi di nervi, disperate perché lui le ha “rifiutate”
sessualmente, in una situazione degna più d’un film di Almodovar che
di Jarman.
Un curioso referente autobiografico si rintraccia poi nell’opera concettuale
(un po’ alla Nitsch) di Luigi Poiaghi, che intitola una sorta di sudario
del corpo deposto di Sebastiano al proprio cognome, scomposto
più che anagrammato, facendo inoltre riferimento alla circostanza che il
santo sia patrono dei fabbricanti di aghi. Ma, nel contempo, l’opera allude
alla sofferenza insita in ogni creazione artistica: un (vero) ago perfora
la superficie della tela, con palese significazione allegorica e l’alone
di sangue non è solo e soltanto quello del corpo del santo curato da Irene.
Ciò può ricordare ciò che avviene nel celeberrimo racconto di Mann (e
ancor più nel film di Visconti) Morte a Venezia, in cui “la malattia e la
morte sono l’inevitabile scotto da pagare dall’artista per raggiungere
l’amore e la bellezza assoluta e, in definitiva, l’Arte” (Patanè)(33): lì però
Tadzio, altra fortunata icona gay del Novecento, risulta un inquietante
angelo della morte, mentre Sebastiano è invece da intendersi come l’artista-
martire.
In un dipinto degli anni ’80 aveva ripreso la figura del santo in chiave
autoreferenziale altresì il pittore ferrarese Fabbriano: una composizione
allegorica che voleva evidenziare, ancora una volta, l’incomprensione
della società più materialista nei confronti delle espressioni d’arte e per
il “sofferto” ruolo dell’artefice di queste ultime, ovvero il Sebastianopittore.
L’opera di Fabbriano permette di aprire un inciso sulla recente fortuna
collezionistica del tema “in loco”, che lo scrivente aveva ignorato del
tutto in una precedente pubblicazione del 2008 dedicata all’iconografia
e al culto di San Sebastiano nella provincia ferrarese dal ‘400 ad oggi(34).
Seguendo le suggestioni di più illustri collezionisti, come il regista e
scenografo Pier Luigi Pizzi che nella sua casa di Venezia ha adunato vari
quadri barocchi di soggetto “sansebastianesco”(35), Giuseppe Martinetti
detto Pino, titolare di una catena di negozi d’abbigliamento nel corso
principale di Ferrara, ha acquistato qualche antico dipinto sul tema, ma
soprattutto ne ha commissionati a vari pittori concittadini nei due decenni
precedenti la sua tragica scomparsa, avvenuta nell’estate 2001(36).
Ricordiamo fra questi Giorgio Cattani (un albero con le frecce conficcate
sulla corteccia, allusivo al martirio del santo), Guido Marchesi (con due
opere di diverse dimensioni) e, a quanto pare, Louis Olivencia: newyorchese
trapiantato a Ferrara, quest’ultimo ha originalmente posto il
santo-martire su una croce, legandovelo con strane fasce di metallo
viola. Il suo sguardo magnetico sembra voler richiamare le frecce, mentre
tutt’intorno cadono strani fiori, ossia calle ed anthurum(37).
Altro artista straniero che ha vissuto per qualche anno a Ferrara è l’argentino
Nestor Donato (classe 1964), il quale ha interpretato il tema in
un paio di occasioni: nel primo caso lo ha proposto in una tegola dipinta
con acrilici (fig. 11) e parzialmente modellata, dagli echi iconografici
da Reni e stilistici desunti financo da Mirò, nonchè un senso autobiografico
alquanto criptico da decrittare, nell’altro ha provocatoriamente
esposto un manichino da “negozio di mode” trafitto da frecce e coltelli.
Le opere sono state esposte tra il 2005 e il 2006 in personali ferraresi allo
“Zuni” e in un caffè di via Mazzini.
In precedenza la coetanea Angela Pampolini, nativa di Copparo, aveva
realizzato il piccolo polimaterico Martirio di San Sebastiano, esposto
ne “L’assoluto quotidiano”, collettiva di artiste ferraresi che si tenne nel
1990 a Capodistria: nel catalogo della rassegna Paola Mingozzi rilevò
che l’autrice scardinava “la tradizionale serietà di temi e generi della tradizione
pittorica; la drammatica esaltazione del martirio è ironicamente
concentrata nel particolare ingigantito di una ferita cui non concede nemmeno
la presenza del rosso, cioè del sangue”. L’aniconica composizione
su cartone è realizzata con stucco, tempera acrilica, chiodi, cera ed una
rete metallica (simile a una zanzariera).
Più o meno contemporaneamente alle opere di Donato il bolognese Vittorio
Mascalchi esponeva invece un grande dipinto, S. Sebastiano trafitto
sulla linea della mente, in una personale tenuta presso la ferrarese
Casa Cini: folgorato dalla lettura della duecentesca Legenda aurea, l’ar-
tista vi ha proposto comunque una nuova agiografia del santo, colpito
dalle “canoniche sette frecce”(38).
E, finalmente, nell’ultimo decennio San Sebastiano è diventato protagonista
di mostre monografiche, facendo emergere sia la componente
omosessuale del tema, ormai sempre meno latente(39) che il senso narcististico
di identificazione da parte di taluni artisti, i quali si sentono incompresi
e “martirizzati” dal gusto del pubblico comune, pur
recuperando dalla sacra icona l’idea della Bellezza che in un qualche
modo può sconfiggere la Morte. Ciò non escludendo però del tutto
l’aspetto mistico-religioso e il senso di virile quanto eroica rassegnazione
espresso dinanzi al sacrificio, come avveniva nei secoli passati:
“impassibile, stoico e indifferente”, Sebastiano ha un corpo insensibile
alle ferite, poiché Dio gli ha concesso la grazia di superare il dolore,
mentre in senso traslato “la bellezza della giovinezza è opposta alla
pourriture dei corpi, provocata dalla peste”(40).
Nel maggio 2002 la galleria “Narciso” di Torino ha così ospitato la mostra
Sebastiane. Una interpretazione, in collaborazione con la “Fondazione
Sandro Penna”: vi erano esposte 76 opere, alcune di autori noti a
livello internazionale (Galliani, Kostabi, Lodola, Ontani, Rotella ecc.),
con asta finale a favore della stessa Fondazione.
Nell’introduzione al catalogo il romanziere Gianni Farinetti faceva un
esplicito riferimento al film di Jarman (che nel recupero del vocativo latino
del nome del santo dava il titolo anche alla rassegna), citando anzitutto
il protagonista Leonardo Treviglio (l’attore presenziò al vernissage)
e rilevando giustamente che nei secoli quello del santo era stato “unico
contrappunto di studio anatomico di nudo maschile al Cristo sulla
croce”, facendo “emergere l’estenuato tormento, il languore, in una parola
la sensualità della figura”. Ma aggiungendo poi che “non è un caso
che lo sguardo affamato degli artisti si sia posato – e continui a farlo –
su queste carni, su questa sofferenza, su questo mistero. Che sovente dipinge
l’enigma di tutta l’umanità, indifesa alle lance acuminate della
prepotenza, dell’aggressione, del potere”(41).
La mostra-emporio torinese proponeva variegate interpretazioni del
tema, alcune assai risolte in senso stilistico ed altre genericamente impostate
(risultando quasi stiracchiate e pretestuose), ma l’interesse della
generosa iniziativa resta indubbio: e i 70 pittori, scultori, grafici e fotografi
costituiscono ineludibile modello di riferimento. Grazie alla cor-
tesia del gallerista della “Narciso” abbiamo potuto recuperare tre delle
opere allora esposte, riproponendole nella rassegna renazzese: un ironico
disegno di Daniele Galliano (che nel frattempo ha esposto alla Biennale
di Venezia), in cui le frecce sono spiritosamente sostituite da
mollette per il bucato, una tela di Pino Deodato che ha sapore quasi di
spiritualità New Age, una tempera di Marco Rabino con un bel nudo maschile
dalla resa evanescente, impalpabile quanto sensualmente lirico.
Ma la rassegna di Torino, al di là delle contingenti motivazioni “benefiche”
che hanno indotto alcuni artisti a non impegnarsi granchè sull’argomento,
ha proposto altresì interessanti opere sperimentali in senso
tecnico: fotografie, collages, installazioni, acrilici su xerocopy o su MDF
affrescato, pochoire e bambolette a smalto, digiprint, palloncini di lattice
su perspex, mixed media, stampe a getto d’inchiostro su polipropilene,
video still stampa digitale, sovrapittura su decollage, sculture in
acciaio, ferro e smalto. La ricercatezza dei materiali e dei supporti talora
faceva a pezzi, letteralmente dissacrandola, la classica iconografia del
santo, tanto che un espositore (Valerio Berruti) è giunto a raffigurarlo
bambino e con indosso scarpe da tennis, mentre un’altra (Daniela Buoncristiani)
l’ha rappresentato in una fotografia “c. print” con una folta
barba scura (ma robusto e molto sexy). Alcune opere erano poi del tutto
aniconiche.
E non vogliamo qui occuparci di iniziative straniere: il nostro argomento
ha infatti registrato un’ampia (quanto complicata da reperire) bibliografia
sia in Francia (supposto paese di origine del santo) che nei paesi
di cultura nordica o anglosassone, ma non possiamo esimerci dal ricordare
una mostra aperta fra il novembre 2003 il febbraio 2004 alla “Kunsthalle”
di Vienna, dai toni concettuali e dark.
Intitolata Saint Sebastian (a splendid readiness for death) e presentata
in catalogo da Richard A. Kaye, l’eclettica rassegna ha esposto anche
opere di artisti italiani: Luciano Romano, Pier Paolo Pasolini e l’immancabile
Luigi Ontani.
Quest’ultimo ha difatti ripreso, come già rilevato, in varie occasioni il
soggetto (era presente altresì nella collettiva torinese), mentre un suo conterraneo,
Mataro da Vergato, pur impegnato soprattutto a comporre ingegnose
composizioni “anamorfiche” incentrate sulla bellezza del corpo
maschile(42), tra il 1998 e il 1999 ha realizzato una pittura digitale intitolata
The Sebastian’s Martyrdom, di taglio fortemente erotico (fig. 12).
E dopo l’inserimento nel 2007 di vari dipinti su S. Sebastiano nella contestatissima
mostra milanese Arte e Omosessualità, fatta chiudere dalla
sindachessa Letizia Moratti anche per la presunta blasfemia di opere su
questo tema e mentre nel “Dipartimento di Medicina Pubblica, Clinica
e Preventiva” dell’Università di Napoli si approntava un’originale lettura
medico-legale dell’iconografia antica(43), giungiamo con la nostra carrellata
al 2008, anno che ha visto addirittura l’allestimento di ben tre
rassegne monografiche nella provincia di Ferrara.
La prima si è tenuta con successo da gennaio a marzo presso il Museo
“Parmeggiani” a Renazzo di Cento: intitolata Sebastiano. Iconografie di un
martirio tra passato e presente, ha presentato 30 dipinti raffiguranti il
santo, ripartiti tra opere antiche (ossia dalla seconda metà del ‘400 al ‘700),
oppure realizzati nel 2007, appositamente per l’interessante rassegna.
Mescolando antico e moderno nella continuità di una tradizione di tipo
estetico-devozionale, la rassegna si riallacciava idealmente ad analoghe
esposizioni tenute in Romagna, da quella di Imola su San Cassiano all’altra
su S. Michele Arcangelo a Bagnacavallo(45).
Unica eccezione nella questa rigida suddivisione cronologica voluta
dalla curatrice era il San Sebastiano (1943) di Giovanni Colacicchi, conservato
nel fiorentino Palazzo Pitti, con le frecce che volevano alludere,
ancora una volta, al cruento periodo bellico(44), mentre il seicentesco San
Sebastiano saettato, attribuito al centese Bartolomeo Gennari non era
pubblicato nel catalogo poiché prescelto all’ultimo momento(46).
Curata dalla compianta Maria Censi (è stato il suo estremo impegno
quale appassionata organizzatrice di mostre), l’esposizione prendeva lo
spunto dalla circostanza che il santo sia il patrono di Renazzo (e difatti
nell’itinerario di visita era contemplata anche la chiesa parrocchiale, con
la pala di Benedetto Gennari dell’altar maggiore) e voleva dimostrare la
costante vitalità nei secoli di un mito figurativo, grazie ai suoi numerosi
richiami sacri ed antropologici.
Nel tentar di rinnovare l’iconografia del santo con la commissione delle
14 nuove opere, la curatrice ha inteso delineare un fil rouge con la tradizione,
chiamando all’opera artisti figurativi, talora di impeccabile mestiere,
ondeggianti fra Citazionismo, Anacronismo e Neo-metafisica,
non trascurando neppure i significati devozionali e le tangenze spiritualiste:
anche se San Sebastiano appare ormai una sorta di “taumaturgo”
in un paese alla deriva, quasi senza più valori morali e spirituali. Ci si
può però salvare dal nichilismo aggrappandosi alla fede (per lui), inteso
quale santo intercessore, ma altresì ad una sensibilità estetizzante che
non deve esser mai fine a se stessa: questo messaggio intendevano soprattutto
comunicare le opere di Aurelio C., Burnelli, Cacciarini, Falconi,
Mazza, Mazzonis, Modica, Monti, Pompa, Tommasi Ferroni,
Zenari e della Kokocinski.
Riagganciandoci alla precedente esposizione renazzese (alla quale abbiamo
collaborato con un poco ortodosso contributo su San Sebastiano
nel Cinema pubblicato in catalogo)(47), proponiamo qui in copertina
un’illustrazione di Aldo Galgano ispirata al suo raffinato dipinto allora
esposto, anche perché esso nel frattempo è divenuto l’unico di pubblica
fruizione: è stato difatti acquistato dalla Fondazione Cassa di Risparmio
di Cento, che l’ha depositato presso il Museo “Parmeggiani”(48).
La suasiva composizione presenta il giovane santo, dalla bella anatomia
rimasta miracolosamente intatta, poichè è stato protetto dal nugolo di
frecce da un palo che lo ripara, mentre una figura di bambino-angelo
sulle spalle gli copre gli occhi, sottraendolo alla “vista del male terreno”
(come scrisse la Censi), mentre lui sta in una pozza d’acqua torbida che
ne riflette l’immagine: icona ad un tempo antica e moderna che, forse inconsciamente,
evoca l’iconografia di un altro santo accostato a Sebastiano,
il gigantesco S. Cristoforo che traghetta sulle proprie spalle Gesù
bambino per salvarlo dal pericolo delle acque minacciose.
In realtà, l’accostamento fra i due santi, “ausiliari” e taumaturghi contro
la peste e le calamità naturali, era abbastanza usuale nel XV secolo, soprattutto
fra Venezia e Ferrara: per la città estense basti pensare al Tura,
a Bono e al più tardo Bastarolo, mentre ancora quattrocentesco pare
l’ignoto autore dell’affresco riapparso nell’ottobre 2009 nella Casa Ruffini
sulla Ripagrande(49).
Nel frattempo, è risultata una fra le più significative opere esposte alla
XV Quadriennale di Roma (estate 2008) l’aniconica composizione San
Sebastiano – La cura del quarantasettenne perugino Danilo Fiorucci:
usando pittura a olio e ad encausto, pietra serena e garza di cotone, l’autore
ha realizzato due sculture, ossia un cilindro bianco con un’apertura
dipinta ed una cornice rossa sollevata da una grande striscia di garza, ad
alludere alle cure prestate da Irene al santo ferito dalle frecce.
La seconda mostra ferrarese del 2008, allestita a settembre presso la galleria
“Monica Benini” di Ferrara, si intitolava Sebastiano tra sacro e
profano e prendeva lo spunto dalla pubblicazione del volumetto dello
scrivente dedicato all’iconografia e al culto di S. Sebastiano nella provincia
ferrarese, La gamba perduta, che è stato presentato durante la
inaugurazione (fig. 13).
Nella rassegna sono state esposte una decina di opere, eseguite negli ultimi
trent’anni da artisti operanti soprattutto nell’ambito del Figurativo.
Cronologicamente si partiva da un disegno del 1977 (fig. 14) dell’ottuagenario
ferrarese Alfredo Filippini, collegabile per taluni versi al
gusto classicista di Annigoni (il modello è stato lo scrivente, all’indomani
dell’ormai lontana uscita sugli schermi italiani del film Sebastiane)
per giungere all’enorme quanto suasivo trittico fotografico su pvc banner
della trentenne piacentina Sonia Andreani. A fianco del grande trittico
erano esposti alcuni “studi” fotografici con varie elaborazioni sul
tema: lo scarno corpo, da gazzella, del santo era affiancato a due compagne
di martirio (?!), a ricami che perforavano la tela, a frecce che parevano
di rafia e a graffiti fallici evocanti Keith Haring.
Nel mezzo, opere polimateriche dell’italo-argentino Nestor Donato (una
tegola decorata e ri-modellata nel 2001) e del romano Pietro Bielli, delle
quali già si è parlato, nonchè l’ironica reinterpretazione offerta dal ferrarese
Gianfranco Goberti delle mutande che compaiono nel celebre dipinto
dedicato al santo da Antonello da Messina: sorta di laico
“polittico”, completato nell’estate del 2008 con l’inserimento di una vera
freccetta e di un’altra illusionisticamente ricreata .
Sensualissima in chiave neo-barocca appariva la figura del martire presentata
dal faentino Pietro Lenzini, pregna di echi colti quella di Gianni
Cestari, con richiami diretti alla famosa pala bondenese dell’Ortolano,
fascinosamente illustrativa l’altra del catanese Antonio Torresi: a fianco
della sfera d’oro che compare dietro la fiamma di un candeliere, sulla parete
è collocata una gamba miniaturizzata che simula un argenteo exvoto.
In primo piano appare il santo trafitto e legato, ripreso come se si
trattasse di un reliquiario a busto scolpito e decorato da un artista d’epoca
“dannunziana”, ma altresì con un vago ricordo del Tura.
La mostra è stata riproposta a Bondeno, presso la Pinacoteca Comunale
“Galileo. Cattabriga” nel novembre 2008, con alcuni significativi inserimenti:
un reliquiario secentesco conservato nel locale museo e restaurato
da Torresi, una grande scultura del ferrarese Sergio Zanni (della
quale si propone ora a Renazzo una rielaborazione in minore formato),
un disegno ed una scultura del suo concittadino Gianni Deserri, un inquietante
dipinto del pugliese Ernesto Gennaro Solferino.
Classe 1946, attratto essenzialmente dalla rappresentazione dell’eros
femminile(50), quest’ultimo pittore ha ideato un’iperrealistica composizione
(olio su tela di cm 70×100) (fig. 15), in cui quello di Sebastiano
(acefalo e senza frecce) è soprattutto un “corpo del desiderio”, senza
giungere però all’effetto eroticamente fetish dello “scandaloso” dipinto
di Cannavacciuolo prescelto da Viola e Sgarbi per la loro mostra milanese
sull’arte omosessuale.
Nell’opera di Solferino un palestrato è osservato e blandito da donne
lussuriose e da transessuali, fotomodelle e gays, all’interno di un camerino
che sembra precedere un’orgiastica dark room: e pur con dissimili
mezzi espressivi, non siamo tanto lontani dal messaggio del quasi ecologico
dipinto (seppur d’una più tragica e palese “moralità”), di Carlo
Monti prescelto dalla Censi per la sua mostra, in cui, come si legge nella
scheda in catalogo, scaturiva “l’idea dell’offerta sacrificale dell’uomo di
oggi, che vive una diversa accezione del martirio, in stretto rapporto con
il sacrificio di sé”.
L’odierna mostra-emporio (stilisticamente eclettica e fortemente laica,
ben lontana, ad esempio, dallo spirito della Triennale d’arte sacra contemporanea
che si tiene a Lecce) spazia nei più diversi registri espressivi,
dal Figurativo classico al “concettuale”, in senso etico
contaminando talora il tema religioso con una spregiudicatezza che potrà
quasi parer dissacrazione o miscelandolo con forti compiacimenti omofili,
oppure quale pretesto per esprimere un Io ipertrofico (nei sottintesi
autoreferenziali).
30 opere in prevalenza realizzate per l’esposizione o criticamente recuperate
all’attenzione: nel limitato novero degli artisti adunati a raccolta
fanno spicco quelli di “scuola” emiliana, romagnola, toscana, lombarda,
piemontese. Sono presenti inoltre uno straniero italianizzato, un’unica
donna (immancabile “quota rosa”) e solo un pittore di Roma, la città in
cui Sebastiano venne martirizzato, sul colle Palatino e dove è stato sepolto,
nelle catacombe sull’Appia; scelta che a qualcuno potrà apparire
opinabile, ma il nostro pur eclettico Puerto Sebastian vuol premiare anzitutto
alcuni artisti che sono stati “fedeli” all’iconografia del santo negli
ultimi trent’anni.
Ad esempio, il modenese Edi Brancolini, il quale dagli anni ’80 ha ela-
borato il soggetto almeno una decina di volte, spesso accostando Sebastiano
alla figura della sua salvatrice Irene. Alcuni dipinti sono stati già
pubblicati (come L’esca(51), qui esposto, dalla perfetta euritmia compositiva
e con intelligenti echi desunti dalla pittura nazarena nelle figure del
santo saettato e di una Irene angelicata), altri appaiono collegabili alla visione
dell’Amor che trafigge, come nel quadro del 2003 ispirato alla dantesca
“Vita Nuova” (ora nel museo “Bellonzi” a Torre de’ Passeri), mentre
nel precedente S. Sebastiano del 1982 il corpo legato, senza traccia di
frecce – e completamente nudo – del martire è stato emendato da ogni accenno
al più o meno voluto “sadismo agiografico” della tradizione.
Anche il pittore e scultore ferrarese Maurizio Bonora, partendo dal confronto
con un celebre modello di Cosmè Tura conservato a Berlino(52)
negli anni ha realizzato varie opere sul santo narbonese, giungendo a trasfigurarlo
in modo espressionistico, facendolo divenire cioè una sorta di
mostruoso uccello sacrificale con a piedi un cane (animale caro anche a
S. Rocco), come si vede nella scultura qui esposta, iniziata nel 1986 e
completata soltanto oggi, per la mostra di Renazzo: un’originale rilettura
espressiva, una sorta di “teatro delle crudeltà” in cui gli echi turiani vengono
aggiornati dalla lezione di Sutherland più che da quella di Savinio.
Pietro Lenzini (bondenese di nascita, faentino di residenza e docente
presso l’Accademia bolognese) nel 2004 ha addirittura incentrato una
sua personale, intitolata Il dardo di fuoco e allestita presso la “Galleria
del Carbone” di Ferrara, su una sapientissima rilettura in chiave neo-barocca
della vita di due santi, ovvero reinterpretando da par suo l’estasi
di S. Teresa e il martirio di Sebastiano: giustamente è stato rilevato da
don Patruno un richiamo alla carnagione del Reni, “tra un platonismo
che non teme più il carcere del corpo e l’esultanza di una avvertita possibile
resurrezione. La sinuosità sensuale, perché di sensualità è ricolmo
tutto il tracciato dei ricordi di Pietro, è scritta in una specifica spiritualità
dell’arte che valorizza, intensificandoli, cuore ed intelligenza religiosa”(53).
Gli artisti che per la prima volta si sono confrontati col tema “sansebastianesco”
lo hanno invece risolto cercando di mantenenersi fedeli alla
propria peculiare linea espressiva.
E’ questo il caso del centese Marco Pellizzola, che ha immerso nell’azzurrità
sua più caratteristica la citazione iconografica dal celebre Antonello
da Messina: ed è risultato “bastian contrario” rispetto al modello
spogliandolo delle mutande, che invece compaiono – ingigantite e rifatte
come un moderno slip – nell’opera di Goberti, in una sorta di ludico
interscambio.
Risiede a Cento altresì Daniele Degli Angeli, ma è di origini romagnole:
e un ricordo della bellissima “Pala Bertoni” della Pinacoteca di Faenza,
con la figurina del santo martire sul fondo è forse nel suo paesaggio
anagogico, ovvero una delle sue caratteristiche Tebaidi(54) in cui l’uomo
– santo o laico che sia – pare perdersi, nell’immensità di uno spazio qui
delineato con riferimenti al “chiaro mistero” della quattrocentesca officina
ferrarese, tra Tura e Schifanoia.
Una sorta di “teatrino” evocante il luogo del martirio, un colle Palatino
concettualmente reinventato, ha invece eseguito nel suo atelier riminese
di palazzo Pani l’abruzzese Antonio Marchetti: un progetto neo-leonardesco,
che cita, reinventandoli con intelligenza divertita (e con quasi
messianica eleganza) Duchamp e Pevsner, Bellmer e Calder, Zorio e
Fausto Melotti, utilizzando i materiali più svariati.
Il canadese Mark David Campbell vive a Milano da dieci anni, dopo
aver svolto attività di archeologo un po’ in tutto il mondo: e una sorta di
reperto sembra il suo tronco d’uomo in resina trafitto da tre frecce in
legno, rinvenuto idealmente in uno “scavo” d’epoca dioclezanea, calco
o frammento ri-modellato non trascurando l’osservazione di analoghi
esempi offerti dal grande Mitoraj.
Scultura fortemente laicizzata e autobiografica in senso lato appare la
fittile opera del ferrarese Sergio Zanni, riduzione della monumentale
statua in polistirolo e iron ball già inserita nel 2003 dall’autore nel
gruppo dei cosiddetti “giganti”(55): un’opera che compendia in sé nascita
e morte del protagonista, la cui testa fuoriesce dalla giacca come quella
di un feto, mentre le frecce lo colpiscono vigliaccamente alle spalle. Si
tratta di una bella invenzione, a voler alludere in modo icastico alle sofferenze
che sempre accompagnano la vita dell’uomo, santo o artista che
sia.
Riallacciandosi alla recentissima rievocazione degli angeli dipinti da
Cosmè Tura per la cappella di Belriguardo, il bondenese Gianni Cestari
ha invece ideato una singolare icona, vagamente transavanguardistica,
che trasforma il santo di Narbona in una figura alata: nonostante il titolo
apparentemente ironico (Santo subito), che ricorda l’intercalare seguito
alla morte di Papa Wojtila, l’acrilico è inseribile nella “corrente spiri-
tualista” che connota alcuni degli artisti in mostra.
Un po’ in linea con la pittura espressa da Brancolini, e come lui affiancando
al santo una figura femminile, si rivela invece il fiorentino Massimo
Cantini: ma l’elegante cortigiana in primo piano non sembra Irene,
fa pensare più a Fabiola, protagonista dell’omonimo romanzo di Wiseman
(1853) in cui grande risalto ha S. Sebastiano. La doppia inquadratura
è cine-fotografica, è l’ennesimo “fotogramma di una simultaneità
oltre il reale proprio perché in effetti essa non ritrae, ma elabora”, come
ha scritto Federico Napoli presentando una recentissima personale dell’artista(
56): un universo che nel suo (apparente) iper-realismo, perfettamente
“quadrettato”, intende soprattutto celebrare la bellezza femminile.
Nel nostro caso a Cantini invece interessa rendere il corpo, muscoloso
e glabro, del martire: quasi un fotomodello, che indossa un paio di pantaloni
rossi, il colore del sangue ma altresì di un capo alquanto trendy,
una macchia che stilisticamente ben stacca nel paesaggio in lontananza,
tipicamente toscano.
Esponenti di una squisita “pittura colta” sono altri due artisti fiorentini,
i quali, oltretutto, spesso si sono ritrovati ad esporre assieme; e talvolta
sia con Brancolini che con Cantini. Ci riferiamo ad Impero Nigiani e a
Danilo Fusi, il primo dei quali ha compiuto un esplicito d’après da un
celebre dipinto del Mantegna. Al santo martire ha però coperto il viso
con una benda, facendo presumere che egli possa apparire come un giustiziato
dei tempi nostri, mentre il suo carnefice non è un pretoriano romano,
ma un soldato con una balestra, vestito più modernamente. Tra gli
altri simboli presenti: un cardellino, che può alludere all’anima dell’uomo
il quale vola via dopo la sua morte, la civetta, uccello di sinistro
auspicio se avvistata di giorno, la pianta di fico, che rimanda all’idea biblica
della salvezza. Sullo sfondo, il tramonto all’orizzonte, che potrebbe
essere altresì un’alba di speranza, completa la duplice valenza di questo
complesso dipinto, ad un tempo escatalogico ed algido, laico e cristiano,
iperrealista e citazionista, con netto sapor d’archeologia ma con
palesi contaminazioni desunte dal mondo della fotografia.
Più morbidamente risolto è il santo frecciato nell’opera di Fusi: un corpo
legato e accosciato, quasi in ginocchio. Questa sensuale figura d’uomo
ha gli occhi chiusi, sta quasi per svenire per il dolore provocato dalle
frecce: la sensazione del sangue che sgorga dalle ferite è delicatamente
suggerita dal segno rosso che contorna l’ignudo martire. Usando con in-
telligenza una parca tavolozza, nei rari tocchi cromatici verde-giallo il
toscano sembrerebbe voler riprendere talune suggestioni della “Nuova
Figurazione” degli anni ’70, in particolar modo del grande Renzo Vespignani.
La citazione diretta dalle immagini del santo dipinte nel ‘400 da Antonello
e Mantegna (operata da Pellizzola, Goberti e Nigiani), trova invece
una sua rielaborazione in senso maggiormente stilistico-concettuale, per
così dire, nelle opere dei ferraresi Lorenzo Montanari e Sergio Ughi, i
quali hanno diversamente guardato a due capolavori del Manierismo
cinquecentesco.
Il primo s’è rifatto ad un celebre dipinto del Sodoma conservato agli Uffizi,
ma lo ha deformato e stravolto nel suo originalissimo dittico, che par
quasi esser passato attraverso le “fiamme”: bruciata, sbocconcellata,
macchiata, la duplice icona è diventata un reperto che ha conosciuto
l’epoca di Burri, un’immagine lacerata che evidenzia macchie rossosangue
ed una sensazione di grigia agonia.
Il talentuoso Ughi, ferrarese trapiantato da decenni in terra lombarda,
ha riletto invece la figura adolescenziale dipinta dal Bronzino attorno al
1530: un efebico quindicenne dalle mani legate, in jeans e scarpe da tennis,
il quale tiene l’attributo della freccia in mano, a suggerir quasi l’idea
di un gioco (senza però alcun perverso sottinteso). Quasi impassibile nei
confronti del martirio, come già il suo illustre precedente, il giovanissimo
protagonista esprime uno sguardo apparentemente tranquillo, ma
che è contemporaneamente rassegnato e accusatorio: la tavola, iperrealisticamente
dipinta, non richiama in alcun modo il dramma o il dolore
del supplizio, ma suggerisce sentimenti mistici in modo raggelato, nel
contempo perfettamente restituendo la psicologia dei ragazzi d’oggi,
spesso abulici e indifferenti a qualsiasi cosa.
In Lombardia vive anche Bruno Zaffanella, il quale ha proposto il santo
deposto su un letto, completamente nudo, di tergo, colpito dalle frecce
alla schiena, come in un film western: Irene sta per curarlo e lui appare
svenuto per il dolore. Iniziato nel 2007 e completato due anni dopo, in
occasione di questa mostra, con l’inserimento delle frecce, anche stavolta
polimateriche e realmente in rilievo (come nelle opere dell’Andreani,
di Bielli, Campbell e Goberti), l’olio su tavola di Zaffanella si
riallaccia alla sua giovanile educazione “realista”, in sintonia con i suoi
primi maestri Soriani e Tode: e il santo ferito, sapidamente delineato
nella sua carnalità, appare altresì come l’ennesimo “corpo del desiderio”,
in chiave omofila e non soltanto.
Il romagnolo Danilo Domenicali ha invece trasformato il martire in un
uomo di colore e con un solo grande occhio, come in quei “pupazzi fantascientifici”
analizzati dal suo miglior esegeta, Luca Telò(57), vicini a
quelli del film “Planet 51”: si tratta nel contempo di un omaggio alla
cultura interrazziale che connota l’Italia d’oggi, con uno sguardo rivolto
agli stilemi del fumetto e del graffitismo (nei contorni quasi cloisonnè),
ma altresì ad un recupero cultuale. Erano negri, ad esempio, S. Zeno
protettore di Verona e il S. Maurizio del quale si è fatto cenno all’inizio,
come pure il Giuda del film Jesus Christ Superstar, che Domenicali,
grafico pubblicitario con grande cultura cinefila, pare aver deliberatamente
evocato.
In terra di Romagna, precisamente a Ravenna, altresì opera l’irpino Felice
Nittolo: e un richiamo diretto alla tradizione dei mosaici ravennati
(e del novecentista Antonio Rocchi)(58), ha operato in una sua composizione
del 2002, che vuole evocare il martirio di San Sebastiano. Punte
di frecce si inseriscono armoniosamente nel tappeto musivo, una mutila
testa classica (di Sebastiano? di Diocleziano?) lo domina, il dramma si
sfibra in elegia, nell’elegante musicalità d’insieme, in una sottile vibrazione
della superficie. E’ questo, insomma, uno dei suoi caratteristici
“lavori che ordinano la velocità del pensiero, le impongono leggi feroci,
ferite, cicatrici che si ricompongono, tracce che diventano momenti poetici
nei quali la rabbia si trasfigura in gentilezza, l’impeto in riflessione”,
come giustamente ha scritto la Ghinassi(59).
Nella lontana Sicilia vive invece Daniele Alleruzzo, l’espositore più giovane,
il quale si è laureato nel 2007 all’Accademia di Belle Arti di Firenze
discutendo una tesi alla Scuola di Pittura proprio su San Sebastiano
e raffigurandolo in almeno tre opere. Nel suo dipinto prescelto per la
mostra, lo slip bianco del santo è contrapposto a due arcieri modernamente
vestiti come nel quadro di Vitturi del ‘35: l’artista ventenne recupera
il “sapiente dipingere”, unica sua certezza nel confuso panorama
stilistico dell’oggi, dominato dall’arte digitale e dalla vacuità mixemediale
che talora fa giungere a una nuova “incomunicabilità”, aggiornando
Antonioni, per cui le persone che chattano spesso non riescono
mai ad incontrarsi, forse per paura di “ferirsi”.
I due giovani arcieri stanno per frecciare il santo con assoluta indiffe-
renza: l’unico loro sconcerto è forse costituito dal fatto che egli indossi
mutande non firmate da uno stilista alla moda, magari da Calvin Klein.
E a dimostrazione che spesso è la “sovrastuttura” che rovina lo sguardo,
il ferrarese Giorgio Balboni ha del tutto rinnegato l’idea del santo visto
come aggraziata icona gay e ne ha recuperato la tragica fisicità delle
forti sofferenze patite nel corso del suo primo martirio, con squarci di
luce che fendono violentemente il buio: le frecce squassano l’ignudo
corpo muscoloso (da pretoriano o da gladiatore), le corde lo stringono
raccogliendone il sangue, i pugni esprimono una rabbia impotente, l’urlo
esce dalla bocca deformata da una smorfia dolorosa. Insomma, la sua è
quasi una visione espressionista, “alla Bacon”, ma resa stilisticamente
mediante una pittura realista, neo-caravaggesca per taluni versi e dall’indubbio
virtuosismo compositivo(60).
In questa linea “antigraziosa”, che rifiuta le stucchevolezze da efebo languido,
si pone infine il reggiano Nani Tedeschi, grande illustratore: operando
direttamente(61) su una incisione che corredava il celebre trattato
del belga Andrea Vesalio De humani corporis fabrica libri septem(1543,
un tempo attribuita addirittura a Tiziano, ma in realtà di un suo allievo
fiammingo, il Calcar), l’artista con gusto quasi macabro recupera la visceralità
del corpo virile, “saetta” di frecce le fasce muscolari, lega mani
e polsi, copre l’organo sessuale con un perizoma (rovesciando così del
tutto l’intuizione di Pellizzola), mentre schizzetti di sangue ricoprono
l’intera superficie del foglio.
San Sebastiano è qui un uomo che soffre profondamente, la sua perfetta
anatomia è una sovrastruttura fisica oltre che mentale, una nuova peste
lo sta “scarnificando”, la carne non può più trasformarsi in puro spirito
(e nemmeno suscitar libidine), l’epoca di d’Annunzio appare irrimediabilmente
lontana, un secolo conta come mille anni…
E Puerto Sebastian è un non-luogo in cui può approdare qualsiasi opera,
finta o vera che sia.
 
Lucio Scardino

 

NOTE

(1) G. Antonucci, Nota introduttiva, in “D’Annunzio. Tutto il teatro”, vol. III, Roma,
1995, p. 2.
(2) The decorative art of Leon Bakst, a cura di Arséne Alexandre, New York, 1972,
plate 55, 57.
(3) Cfr. Maurizio e compagni, santi, martiri ad Agauno, in “Bibliotheca Sanctorum”,
vol. IX, Città del Vaticano, 1967, p. 204.
(4) L. Giubelli, Sebastiano, martire di Roma, Milano-Roma, 1992, p. 28.
(5) Guido Reni, il tormento e l’estasi. I San Sebastiano a confronto, a cura di Piero
Boccardo e Xavier F. Salomon, Cinisello Balsamo, 2007. In particolare, per il recupero
dell’effigie del santo in età contemporanea ed alcuni suoi “travisamenti”
in chiave omoerotica, pp. 14-15, pp. 28-31.
(6) Pittura del XIX secolo e del primo Novecento. Asta 1392, Roma, 2007, p. 9, n. 6.
Sull’artista si veda Filippo Bigioli e la cultura neoclassico-romantica fra le Marche
e Roma, a cura di Gianna Piantoni, Roma, 1998.
(7) Modena Ottocento e Novecento. Luigi Mainoni e la scultura di primo Ottocento,
Modena, 1995, pp. 83-85.
(8) Ed una sensuale immagine del santo il maestro ottocentesco eseguì altresì per la
chiesa bolognese di S. Caterina (cfr. M. Bini – C. Poppi, Alessandro Guardassoni
1819-1888 nel centenario della morte, Bologna, 1988, n. 27).
(9) M. Mazzocchi Doglio, Il mito dell’androgino nel “Martyre de Saint Sébastien”,
in “Miti e incanti nella Francia fin de siècle”, Roma, 1992, pp. 65-66.
(10) G. Dall’Orto, San Sebastiano “santo gay”?. L’interessante articolo, apparso solo
in rete, è corredato da varie immagini novecentesche, opera di Bakst, Tsarouchis,
Weber, Courmes, Cagli, Voinquel, Cauduro, Pierre et Gilles, Howe, Lebeaupin,
Buccomino, Patino.
(11) E. Viola, Ecce (H)omo, in “Arte e Omosessualità da von Gloeden a Pierre et Gilles.
L’amicizia amorosa”, Milano, 2007, p. 28. Nel catalogo di questa controversa
ed alquanto “demonizzata” rassegna, promossa dall’allora assessore Vittorio
Sgarbi, compaiono sin dalla copertina numerosi San Sebastiano, eseguiti, fra gli
altri, da Arrivabene, Janni, Pierre et Gilles, Coniglio Viola, Taverna, Cannavacciuolo,
Abate.
(12) Cfr. V. Patanè, 100 classici del cinema gay. I film che cambiano la vita, Venezia,
2009, pp. 102-104. La pellicola risulta firmata come co-regista dal montatore Paul
Humfress (V. Patanè, Derek Jarman, Venezia, 1995, pp. 34-35).
(13) F. Danieli, La freccia e la palma. San Sebastiano tra storia e pittura con 100 capolavori
dell’arte, Roma, 2007, p. 43. L’autore riprende le sue scandalizzate considerazioni
a p. 51: “…il decadimento più squallido e dissacrante dell’iconografia
del beato milite si registrerà lungo il sec. XX e i primordi del XXI, in seguito all’assunzione
del typos a manifesto dell’arte omosessuale (vedi Maurice Heerdink,
Sebastiano, 2002, Collezione dell’Autore). Le cadute di stile e la mancanza di
una reale qualità artistica della stragrande maggioranza delle opere faranno eclissare
la luminosità di un soggetto artistico fino a quel momento capace di esaltare
24
autori, tecniche e materiali”. Nel contempo, l’ecclesiastico pubblica però alcune
opere di gusto omo-decadente di Moreau e Desvallieres (pp. 103-104).
(14) L. Scardino, Il santo dalle mille frecce, in “Stile arte”, n. 120, luglio-agosto 2008,
p. 56.
(15) Fra le eccezioni, dipinti e disegni di Daniele Alleruzzo, Daniele Govi, Guerrino
Lovato, Marcello Moscini, Orfeo Tamburi, Mattia Traverso, nonché dell’italoargentino
Nestor Donato.
(16) Sulla frequenza del soggetto nell’opera del grande artista ferrarese si veda G. Briganti,
De Pisis. Catalogo generale, Milano, 1991, pp. 222, 544, 665. A questi
esempi è da aggiungere il S. Sebastiano presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna
di Torino (fig. 16).
(17) Eliodoro Coccoli 1880-1974, a cura di Bruno Passamani, Brescia, 1983, pp. 61-
62.
(18) G. Bologna, Milano. Il civico tempio di S. Sebastiano, Milano, 1988, pp. 72-74;
Guido Marussig, il mestiere delle arti, Trieste, 2004, pp. 136-137.
(19) Albano Vitturi 1888-1968. Mostra antologica, Bruxelles, 2002, p. 75.
(20) Angilotto Modotto, pittore per grazia di Dio, a cura di Gabriella Bucco, Udine,
2009, p. 71.
(21) Sculture di Giuseppe Virgili – Museo di Belriguardo, a cura di Lucio Scardino,
Ferrara, 1989, p. 18, nota 11.
(22) Cfr. F. Bisconti, Un martire milanese nella Roma di Diocleziano, in “Osservatore
romano”, 22 gennaio 2009.
(23) Molto importante è, per far un solo esempio, la Venerabile Arciconfraternita della
Misericordia di Firenze (posta nella piazza del Duomo), che sin dal ‘500 lo ha per
“celeste patrono” e che stampava un proprio bollettino, intitolato per l’appunto
San Sebastiano. Nella collezione d’arte della Misericordia compaiono pregevoli
raffigurazioni del santo di Benedetto da Maiano, Santi di Tito, Giovacchino Fortini,
Emilio Santarelli, Francesco Collina, mentre in una collezione privata di Lido
di Classe si conserva un interessante altarolo polimaterico (cm 40×30) (figg. 17-
18) eseguito a Firenze nel gennaio 1934 per il “cav. Giulio Memori Ciampi”, l’allora
festaiolo, termine che fa riferimento alla ricorrenza del patrono, che si
festeggia il 20 gennaio.
(24) L’intensa scultura è stata pubblicata, alquanto significativamente, da Pietro Cannata
nella “voce” dedicata a San Sebastiano nella “Bibliotheca Sanctorum”, vol.
XI, Città del Vaticano, 1968, p. 799.
(25) R. Ripa, L’Opera di Antonio Amore, Oristano, 1995, pp. 172-178. Nato a Catania
nel 1915, Amore è divenuto poi uno dei più significativi artisti sardi della seconda
metà del ‘900.
(26) Leoncillo (1915-1968), Roma, 1979, pp. 13, 70, 71, 73, 78, 109, 123.
(27) Cfr. G. Madioni – G.C. Argan, William Tode, protagonista del Novecento italiano.
“Il suo Neorealismo”, Gonzaga, 1999, p. 18. Secondo la testimonianza
dell’autore stesso, allora sedicenne, il quadro era stato pensato per una chiesa romana
sulla Nomentana.
(28) Vittorio Trainini (1888-1969), a cura di Bruno Passamani, Brescia, 1997, p. 97.
(29) M.A. Marcucci, Guida storica ed artistica delle chiese di Massa, Massa, 1987,

p. 116; AA.VV., La Casa Madre dei Mutilati di Guerra, Roma, 1993, p. 68.
(30) G. Lise, San Sebastiano, o della pretestuosità iconografica, in “Phototeca”, n. 9,
dicembre 1982, pp. 195-200. Assai significativa l’iconografia proposta nell’articolo,
che va dal ‘400 ai giorni nostri, giungendo al pittore veneziano Klaus Bodanza.
(31) M. Gallerani, Museo Sandro Parmeggiani . Un esempio da seguire – La mostra
sul Martirio di S. Sebastiano, in “CentoperCento”, febbraio 2008, p. 8. Vi si legge
quest’icastica considerazione: “va smentito il fatto che si possa ritenere il Patrono
dei gay perché nulla lascia intravedere che egli avesse tali tendenze e perché i
Santi proteggono le virtù… non i vizi!”.
(32) G. Cerioli, Sebastiano ferrarese. Appunti iconografici del Santo con le frecce, in
“La Pianura”, n. 1, 2009, p. 71.
(33) Patanè, op. cit., p. 73.
(34) L. Scardino, La gamba perduta. Iconografia e culto di S. Sebastiano a Ferrara,
a Bondeno e nel territorio ferrarese, Ferrara, 2008.
(35) Cfr. La collezione Pizzi. Una Quadreria del Seicento, Pesaro, 1998.
(36) L.B., Si toglie la vita con atroce lucidità , in “Resto del Carlino. Cronaca di Ferrara”,
4 settembre 2001. Per finire i suoi giorni l’imprenditore ferrarese scelse un
albero delle Dolomiti.
(37) L. Scardino, Louis Olivencia. Santi con i muscoli, in “Babilonia”, ottobre 1990,
pp. 40-41.
(38) Vittorio Mascalchi. Chronos e Kairos, a cura di Franco Patruno, Ferrara, 2004, p.
11. Pittore e scultore nato a Bologna nel 1935 e a lungo docente presso l’Accademia
felsinea, Mascalchi vive oggi a Russi di Ravenna. Un altro S. Sebastiano
egli ha eseguito nel 1999.
(39) Significative considerazioni in tal senso ha svolto in anni recenti lo scrittore francese
Dominique Fernandez (D. Fernandez, San Sebastiano, eroe tutelare, in “Il
ratto di Ganimede. La presenza omosessuale nell’arte e nella società”, Milano,
1992, pp. 149-154).
(40) K. Ressouni-Demigneux, Saint-Sébastien, Milano, 2000, p. 49. Nell’interessante
volumetto sono altresì riprodotte le fotografie novecentesche di Voinquel e di
Pierre et Gilles.
(41) L’introduzione è stata poi integralmente ripubblicata: cfr. G. Farinetti, Un Martirio
Glamour, in “Babilonia”, maggio 2002, p. 18.
(42) Cfr. Holy Eros by Mataro da Vergato, a cura di Alberto Maria Martini, Bologna,
2008.
(43) P. Picciocchi – E. Picciocchi – P. Picciocchi, San Sebastiano sopravvisse al supplizio
delle frecce?Lettura medico-legale del rigor mortis in alcune tele che ne ritraggono
la slegatura dall’albero dopo il saettamento, in “Zacchia. Archivio di
medicina legale, sociale e criminologica”, ottobre-dicembre 2008, pp. 405-436.
(44) Divo Cassiano. Il culto del santo martire patrono di Comacchio, Imola e Bressanone,
Imola, 2004; Micha’el. Presenze e immagini di San Michele Arcangelo
in Romagna, Faenza, 2008.
(45) Cfr. Giovanni Colacicchi, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco, Milano, 1991, pp.
87, 175, 205.

(46) Il dipinto comunque non era inedito, poiché era stato pubblicato nel 1991, all’epoca
del suo restauro (cfr. A. P. Torresi, I colori della peste. Tecnica e restauro
dei dipinti del Seicento, Ferrara, 1991, pp. 75-79).
(47) L. Scardino, Santo trafitto e filmato: San Sebastiano nella cinematografia italiana,
in “Sebastiano. Iconografie di un martirio tra passato e presente”, Renazzo
di Cento, 2008, pp. 147-155. Il catalogo curato dalla Censi comprendeva altresì
un testo di Matteo Tosi sulla figura di San Sebastiano nella letteratura.
(48) Da Guercino a Bonzagni. Le collezioni d’arte della Fondazione e della Cassa di
Risparmio di Cento, a cura di Graziano Campanini, Villanova di Castenaso, 2008,
pp. 50, 120. Il grande dipinto di Galgano, Ovunque proteggi, è un olio su tela di
cm 245×140. In quarta di copertina abbiamo poi pubblicato un disegno di Gianni
Dorigo, pittore nato a Ferrara nel 1953, il quale vive a Firenze.
(49) L’inedito affresco dipinto entro una nicchia, a mo’ di edicola votiva, al secondo
piano della casa rappresenta La Madonna col Bambino in trono fra i SS. Sebastiano
e Cristoforo ed era ricoperto da una struttura di “pietra in foglio”: non è
molto lontano, nel suo gusto popolaresco, da un altro dipinto riapparso da poco
in via Belfiore a Ferrara, raffigurante La Madonna col Bambino fra i SS. Sebastiano
e Antonio Abate (cfr. L. Scardino, Decorazioni ritrovate, in “Ferrara Storia”,
n. 3, maggio-giugno 1996).
(50) E.G.Solferino, in “Arte”, n. 369, maggio 2004, pp. 250-262.
(51) Edi Brancolini. Due punti sull’infinito, Nonantola, 2006, tav. XLI.
(52) Maurizio Bonora. Dialoghi pittorici con Cosmè Tura, a cura di Everardo Dalla
Noce, Ferrara, 1985, pp. 12-15.
(53) Pietro Lenzini. Il dardo di fuoco, a cura di Franco Patruno, Ferrara, 2004, p. 7.
Nella mostra di Renazzo è esposta una sua inedita “tecnica mista” del 2005.
(54) Daniele Degli Angeli. Tebaidi, testi di Silvia Pegoraro e Vittorio Mascalchi,
Cento, 1999.
(55) Sergio Zanni. Di Ulisse e d’altri viandanti, a cura di Graziano Campanini e Giorgia
Govoni, Milano, 2006, pp. 94-95.
(56) Massimo Cantini. Immagini, testi di Federico Napoli e Dino Pasquali, Pontassieve,
2008, p. 9.
(57) Artisti di Cervia. Due anni al Duemila, a cura di Luca Telò, Cervia, 1998, p. 19.
(58) Cfr. Antonio Rocchi 1916-2005. Colloqui di luce, a cura di Felice Nittolo, Ravenna,
2009, pp. 40, 58.
(59) S. Ghinassi, Introduzione, in “Felice Nittolo, il suono del silenzio”, Ravenna,
2003.
(60) E non a caso in tempi recenti presso la romana “Galleria Borghese” in un’intrigante
mostra sono state accostate tele di Bacon a quelle di Caravaggio (cfr. Caravaggio/
Bacon, a cura di Anna Coliva e Michael Peppiatt, Roma, 2009).
(61) E’ un po’ lo stesso procedimento usato da Tedeschi nella sua celebre Carta del
Ferrarese conservata presso la civica Pinacoteca di Bondeno, in cui l’artista reggiano
ha disegnato direttamente sulla riproduzione a stampa in facsimile di un
originale d’età napoleonica vari uccelli della pianura e del Delta (cfr. M. Mussini,
Nani Tedeschi. Da una carta del Ferrarese…, Portomaggiore, 1988).
 


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